L’esperienza è sempre e la sola via per l’apprendimento

 In Vie della Felicità

Intervista a Carlo Matteo Callegaro

Carlo Matteo Callegaro è un Pedagogista Clinico.

Qui ci racconta la sua Via della Felicità.

In che modo ritiene di poter aiutare i ragazzi più piccoli (13 anni) e i ragazzi già pienamente adolescenti (16-18 anni) a trovare se stessi?

Anzitutto è bene domandarsi se il compito di un educatore è aiutare i ragazzi e le ragazze a trovare loro stessi, oppure più semplicemente, e onestamente, creare occasioni affinché si possa sperimentare.

E dentro queste esperienze scoprire e scoprirsi.

L’esperienza è sempre e la sola via per l’apprendimento.

Solo vivendo esperienze con tutte le dimensioni dell’essere umano: la cognizione, le emozioni, il corpo, si può veramente imparare.

Quindi la mia risposta è semplice: creare occasioni.

Si pensa erroneamente che ciò significhi qualcosa di particolare, d’importante, di complicato. Non è così, basta la vita!

Io non sostengo le esperienze “out of the box”, anche se non sono da rifuggirsi in toto. La vita quotidiana ci offre mille spunti, a patto che sappiamo coglierli.

Non sempre i ragazzi colgono le mille opportunità che la loro vita offre, questo per tre motivi od ostacoli:

  • la paura;
  • l’incapacità di fermare lo sguardo;
  • la mancanza di consapevolezza.

La paura frena i ragazzi e le ragazze ad affrontare il nuovo, l’ignoto, anche se questo è una minima deviazione dalla quotidianità. Ma solo nell’ignoto si cela l’esperienza che può portare ad apprendimento e quindi alla scoperta di sé.

Oggi i ragazzi e le ragazze hanno una grande difficoltà a fermare lo sguardo, vivono tutto velocemente o peggio hanno lo sguardo rivolto altrove. Senza fermarsi a osservare in profondità ciò che accade, le esperienze, anche quelle che possono insegnare di più diventano occasioni sprecate. A volte il loro sguardo è pari a quello di una mucca al pascolo che guarda il treno che passa.

Consapevolezza è una parola importante, complessa e perché no, impegnativa. Senza un minimo di consapevolezza però non ci si può avvicinare alla scoperta di sé.

La parola consapevolezza è impegnativa, perché l’atteggiamento del ragazzo e della ragazza consapevoli è quello di chi osserva tutto ciò che c’è, qualunque cosa sia, nel momento in cui si manifesta.

Il compito quindi dell’educatore, e quindi il mio lavoro, è questo:

  • sostenere i ragazzi e le ragazze a superare le proprie paure;
  • aiutarli a fermare lo sguardo sulla propria vita e sul proprio mondo;
  • aumentare la loro consapevolezza.

Il resto viene da sé!

Rispetto alle differenze tra età di fatto non ce ne sono, il percorso è sempre quello, così come lo è con  ragazzi e ragazze più grandi e con gli adulti. Quello che cambia può essere il linguaggio, alcune attenzioni di metodo, ma nulla più. Perché il bisogno è quello: trovare se stessi.

Come si può agire attraverso i genitori per far in modo che siano educatori consapevoli e guida per i propri ragazzi?

Ci sono due principi generali che è importante sottolineare per rispondere a questa domanda:

  1. la sofferenza non è solo un fatto personale, chi soffre inevitabilmente porta sofferenza nel mondo attorno a sé;
  2. non si può insegnare ciò che non si conosce e di cui non si è fatta esperienza.

Il primo principio ci ricorda che affrontare la propria sofferenza è un dovere come genitore. Per quanta essa sia, per quanto sia radicata, è fondamentale lavorare su se stessi per evitare che questa venga portata in famiglia e quindi ricada sui propri figli.

La sofferenza inquina ogni buona intenzione educativa. In venticinque anni di lavoro con famiglie e ragazzi, e con ragazzi con grandi disagi, non ho mai incontrato un genitore che deliberatamente e coscientemente si sia posto come obiettivo quello di distruggere il proprio figlio o figlia. Purtroppo però ho incontrato centinaia di genitori sofferenti, che animati dalle migliori intenzioni (“lo faccio per il tuo bene”) hanno generato molti disagi nei propri figli.

Il secondo principio è che è praticamente impossibile sostenere i propri figli nella ricerca di sé, se non ci si è almeno incamminati sulla strada della propria scoperta.

Quindi, in sostanza, il vero lavoro del genitore è essenzialmente su se stesso.

Per il resto madre natura ci ha dotato di un “istinto genitoriale” come lo chiamo io, che è perfettamente in grado di fornire tutte le risposte educative utili alla crescita dei propri figli.

Per connettersi con questo istinto genitoriale però è necessario liberarsi il più possibile dalla propria sofferenza e incamminarsi nella ricerca di sé.

Rispetto alla sua attività di autore, come ritiene che la narrazione aiuti a crescere?

Dalla notte dei tempi l’essere umano ha usato la narrazione per trasmettere valori e schemi di comportamento. Un racconto entra nella testa e nel cuore di una persona, perché attiva sia la parte cognitiva che quella emotiva.

Per questo uso la narrazione come potente strumento educativo. Mi sono reso conto, in questi anni, che non disponiamo di racconti, fiabe, narrazioni adeguate al mondo in cui stiamo vivendo.

Sia rispetto al linguaggio, sia rispetto ai contenuti.

Purtroppo, inoltre, le narrazioni che dispongono oggi i nostri ragazzi e ragazze, sono monopolizzate dal grande mercato dell’entertainment. Il cui scopo non è quello di trasmettere valori o modelli, ma di tenere incollate le persone alla poltrona e acquistare il prossimo biglietto del sequel o prequel.

Come può la fiaba di cappuccetto rosso aiutare i bambini a crescere? Questa domanda me la sono posta anni fa, e la risposta è stata semplice: non può.

Non dico che non ci sia del buono nella fiaba di cappuccetto rosso, ma il linguaggio e i suoi contenuti oggi sono obsoleti.

Per questo sto lavorando a racconti che abbiano un linguaggio adeguato al momento presente e che veicolino dei valori per la società attuale.

I nostri figli stanno affrontando una vita diversa dalla nostra alla loro età, e saranno chiamati ad affrontare una futuro che neppure immaginiamo.

I temi di cui i nostri ragazzi e ragazze hanno bisogno di affrontare sono, a mio avviso:

  • affrontare l’ignoto e viverlo come risorsa e non con paura;
  • vivere la complessità come tale ed evitare le facili semplificazioni;
  • considerarsi sempre e comunque all’interno di un sistema, che influenziamo e da cui siamo influenzati, siamo di fatto interconnessi.

Cerco di affrontare questi temi con un linguaggio vicino a quello di ragazzi e ragazze. Non nascondo che prima di pubblicare faccio leggere a persone a me vicine i lavori, e ascolto con grande attenzione i loro feedback.

Al di là dello scopo per cui si scrive, lei si serve della narrazione per l’esplorazione profonda della persona?

Sinceramente lascio che sia il racconto a suscitare riflessioni, immagini, emozioni, idee.

Cerco di non affezionarmi troppo ai racconti che scrivo, perché non sono per me, ma per il mondo.

Per cui una volta pubblicato lo lascio andare, che faccia il suo lavoro. A volte anche mi scordo ciò che ho scritto e se accade, me ne compiaccio.

Diverso è il racconto di se stessi. Uso spesso nel mio lavoro il metodo biografico. Strumento molto utile per aiutare le persone a trovare significati del passato utili al presente e al futuro.

Il passato è magister vitae solo a patto che lo rivisitiamo e troviamo i significati degli accadimenti. Altrimenti è un fardello di cui è difficile liberarsi.

Però per farlo è necessario assumersi la completa e totale responsabilità di ciò che è accaduto.

Se, come può succedere, la responsabilità dell’accaduto non è propria, siamo comunque responsabili di come reagiamo a quell’evento.

Aiuto le persona a leggere con attenzione quelli che chiamo “gli incidenti critici”, cioè eventi che mettono in crisi il nostro sistema personale. Possono essere situazioni semplici (un litigio con un famigliare), ma anche più importanti (l’insorgere di una malattia, un licenziamento etc.).

Assumendosi la responsabilità di ciò che è accaduto, mi assumo anche la responsabilità di ciò che accadrà, quindi il potere di cambiare la propria vita.

 

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